Riflessione sul nostro tempo.

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Una riflessione sul nostro tempo: quando si passa attraverso esperienze di disagio estremo, come più frequentemente purtroppo capita a molti in questi “tempi difficili”, c’è un momento in cui tutto si aggiusta senza che sia intervenuta nessuna modifica alla situazione concreta.

Illuminazione, Speranza, Pazienza, Fede!?

La serenità che passa attraverso l’amore per la vita ci dà (o dovrebbe darci!) la forza di aprirci agli “ultimi”, condividendone le sofferenze; e soprattutto a noi stessi, aprendoci alla riflessione, al confronto al sapersi ascoltare e a riuscire ad ascoltare.

L’altra notte non riuscivo a dormire. Nel buio della stanza pensavo e vagavo tra i pensieri in uno stato di ebbrezza gioiosa, senza alcun motivo particolare.

Quel silenzio assordante mi ha portato a girovagare in questa riflessione. Perdendomi nel tentativo, sempre sfuggente, di metterla assieme secondo una logica che potesse aiutarmi a ricordarla in maniera sistematica al momento più opportuno. Renderla prima di tutto comprensibili a me stesso.

Le continue insurrezioni del tempo sulla vita di tutti i giorni provocano quasi sempre dei seri cambiamenti negli stili di vita delle persone.

La pandemia ha fatto proprio questo, rendendoci vulnerabili e assolutamente incapaci di riflettere.

Non è un caso, forse, che il grande sociologo Bauman, nella sua riflessione sociologica, abbia individuato nella “società liquida” l’attuale scomponimento e/o, se si vuole, smarrimento dell’essere cittadino del mondo, acuitosi, tendente a stati patologicamente irreversibili a causa degli effetti di un virus che non sembra voler mollare la presa sull’uomo, che è sempre più solo, smarrito ed incapace di pensare al futuro perché non riesce a vivere il presente.

All’interno di questa cornice è opportuno evidenziare un tratto meramente sociologico: non può sottacersi sul legame che oggi unisce il concetto di liquidità al rapporto tra la fede e la ragione, peraltro affrontato con lungimiranza pastorale da S. Giovanni Paolo II nella sua enciclica Fides et Ratio.

Del resto, una globalizzazione sempre più pressante invade la sfera privata dell’uomo con una forza apparentemente inesauribile che si autoalimenta con quel capitalismo della sorveglianza che destruttura la socialità; denaturalizza l’uomo al punto da renderlo un mero agglomerato di dati digitali; aumentando esponenzialmente le diseguaglianze a favore di un disconoscimento dei diritti umani.

L’uomo non è più tale.

Si assiste, ma non sono in molti ad accorgersene, che i percorsi intrapresi, classificabili come forme di finanziarizzazione, delineano un’architettura globale di sorveglianza, ubiqua e sempre all’erta, che osserva ed indirizza il nostro stesso comportamento per fare gli interessi di pochissimi.

Di coloro i quali dalla compravendita dei nostri dati personali e delle predizioni sui comportamenti futuri traggono enormi ricchezze e un potere sconfinato.

Nei cicli economico – filosofici di Marx, MDM (Merce – Denaro – Merce) e DMD (Denaro – Merce – Denaro), il capitalismo della sorveglianza ha identificato la merce con l’esperienza umana sotto forma di dati, sfruttata come materia prima per pratiche commerciali segrete.

Seguendo le spinte tecnocratiche e politiche di poteri, spesso invisibili, che impongono il proprio dominio sulla società ed aprono nuove e pericolose brecce nelle mura dei sistemi democratici, mettendo a rischio l’architrave della libertà.

La complessità delle questioni umane e sociali che oggi devono essere affrontate non favorisce quella riflessione e quel ragionamento verso i quali giunge in soccorso l’indagine epistemologica: cioè la capacità di porci delle domande per risolvere i problemi.

Tuttavia occorre iniziarsi verso un nuovo umanesimo: nuove forme di antropologia positiva, nuove forme di solidarietà sociale.

Tutte possibilità, strumenti del pensiero umano, che offrono alla società liquida l’occasione di tornare a pensare al futuro, vivendo il presente e non dimenticando il passato; ad immaginarlo nella speranza, viva e ardente, purtroppo smarritasi a causa delle debolezze umane sempre più marcate di speculazioni tipiche dell’homo economicus.

È più urgente che mai non perseverare ad ignorare la storia nella spiegazione di fenomeni sociali; quali sono quelli della globalizzazione delle economie nazionali e la finanziarizzazione dei mercati.

In fondo è stato proprio questo approccio ad aver causato una “deprivazione” della comprensione della loro natura; in quanto si è cercato di presentarli, fuori da ogni prospettiva storica, come fenomeni assoluti e non già transeunti.

Se la storia fosse stata tenuta presente sarebbe stato possibile comprendere che la globalizzazione e la sua finanziarizzazione non erano altro che il “ciclico riproporsi di eventi” già conosciuti.

Anche nella nostra comunità bisogna riscoprire il valore della storia; attuare un cambiamento culturale nell’approcciarsi ai problemi locali senza tralasciare l’identità, l’appartenenza, la tradizione; il senso di partecipazione per legarle alle nuove sfide della sostenibilità ambientale, sociale e di governance locale.

Emerge chiara l’esigenza di ricostruzione razionale e morale dell’uomo, di ripensarlo in un nuovo quadro ecologico. Ed in tal senso l’ecologia umana di Benedetto XVI potrebbe aiutare a comprendere che l’uomo è e rimane un’opera superiore.

Senza questa consapevolezza non si è in grado di affrontare le sfide liquide. Sarebbe come chiedere ad una persona che non sa nuotare di attraversare a nuoto il Canale d’Otranto, teatro, tra l’altro, di tante tragedie umane.

Ad ogni cittadino è sufficiente svolgere le normali mansioni giornaliere per rendersi conto di quanto e di come stiamo cambiando. In peggio ovviamente!

In un piccolo paese come il nostro, quando ci mettiamo in fila per comprare una medicina o anche il pane, basterebbe osservarci: silenzio, sguardo diffidente, espressioni malinconiche, occhi smarriti.

Non aiutano certamente le mascherine che hanno spinto ognuno di noi verso l’isolamento. Quante volte sentiamo dire: “non ti avevo riconosciuto con questa mascherina!”. Siamo perfino timorosi di salutare un amico perché preferiamo attendere il nostro turno guardando vuotamente il cellulare. E’ diventato più urgente rispondere ad una messaggio su whatsupp o ad una telefonata.

La verità di cui prendere atto è che ci stiamo trasformando in persone incapaci di socializzare; di fermarci per una riflessione, di ragionare e di dialogare. Facendo questo aumentiamo il valore della merce come esperienza umana. 

Se questo è sotto alcuni aspetti condivisibile in una grande città, non è accettabile in una piccola comunità come la nostra; dove più o meno tutti si conoscono.

Ne risente quindi la socialità, il senso di appartenenza e di identità; il valore della solidarietà umana che nulla ha a che vedere con la mera, seppur importante, raccolta alimentare. Abbiamo paura di aprirci a noi stesi e agli altri.

Dove vogliamo andare? E soprattutto, chi siamo noi ugentini? L’uomo, il suo essere persona, ogni “ugentino”, deve dar vita ad un nuovo inizio.

L’esperienza del COVID-19 non deve quindi spezzare nella sua inusuale drammaticità le sue capacità resilienti, insite nella sua struttura antropologica, bio-fisica e sociale.

Non si dimentichino infine gli stretti legami, le correlazioni con tutto ciò che lo circonda. Quel Creato da cui è partito e verso il quale tornerà. Riuscendo ad accendere il televisore alla nostra richiesta, alexa non potrà mai capire quali sono i nostri sentimenti, le nostre paure ed il valore del bene che deve trionfare su tutto.

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